UN GIORNO NELLA VITA DI UN INSEGNANTE

di Sergio Tardetti

Entro in casa, appoggio la borsa sopra una sedia, la apro e ne tiro fuori il pacco dei compiti. Gli do appena un’occhiata di disgusto e poi lo sbatto sul tavolo. Ecco un’altra giornata persa, e con lei un’altra settimana, forse un altro mese, che sommato ai tanti, troppi, già trascorsi, si avvicina a diventare anno. Dalle facce sconvolte dei miei allievi nel dopo compito ho intuito già cosa devo attendermi. La maggior parte è rimasta per una buona mezz’ora a fissare il soffitto e per l’altra a rincorrere un suggerimento qualunque, sotto qualsiasi forma si presentasse. Solo i più audaci hanno osato rivolgermi domande che nelle loro intenzioni volevano essere di chiarimento al testo e che, invece, pretendevano come riposte le soluzioni complete dei quesiti.
Ho appena finito di prendere il caffè del dopo pranzo, quando mi assale una specie di prurito, l’ansia e il desiderio insieme di vedere quello che delle tante parole spese in classe è arrivato alle orecchie dei miei distrattissimi studenti, cosa ne è rimasto e soprattutto, come hanno travisato i termini importanti, quelli che il libro, come ho spiegato, evidenzia in grassetto. “Grassetto” è una parola che conoscono. Sanno usare un programma di videoscrittura con una discreta abilità, lo hanno imparato a fare già dalle elementari e dalle medie, e capiscono benissimo quando dico di mettere in grassetto una parola o una frase. Ci sono però migliaia di parole che non conoscono, o che non sanno scrivere, o che conoscono per averle viste e lette almeno una volta, ma di cui ignorano completamente il significato. All’improvviso mi assale una pesante e dolorosa sensazione di inadeguatezza.
Lo stesso pensiero avrà sicuramente attraversato le menti dei miei avi contadini, quando, dopo tanta fatica per dissodare, arare, seminare e innaffiare un terreno, ne ricavavano alla fine un magro raccolto, neppure sufficiente a sfamarli per tutto l’anno. A me è toccato in sorte un destino meno gramo del loro, ma qualcosa deve essersi trasmesso nei geni, attraverso generazioni di contadini prima e di operai poi. La sensazione che avverto dopo avere faticato a dissodare – metaforicamente, s’intende – arare, seminare e innaffiare il poco fertile e talvolta arido terreno delle menti dei miei allievi è della stessa specie: una totale impotenza, come se dovessi lottare con le forze della natura scatenate tutte allo stesso tempo contro di me. Perché l’ignoranza è una forza della natura, anche se apparentemente potrebbe sembrare un difetto, una debolezza. Quando è bene indirizzata però, dissodata e resa fertile mediante la curiosità, allora è una vera forza per inseguire la conoscenza.
Mi consola e incoraggia il pensiero che, nonostante le avversità e le calamità naturali che si sono scatenate contro di loro, i miei avi non si sono mai arresi ed hanno continuato a fare il loro mestiere, lottando contro tutte le avversità. Adesso comprendo il significato profondo del termine “insegnare”: è un indicare la strada, additare la direzione da seguire, lasciando ad ognuno il proprio modo di percorrere quella strada.
“Per aspera ad astra”, mi sono lasciato sfuggire inavvertitamente, quando al termine del compito un allievo ha detto che gli era sembrato di avere fatto uno sforzo immenso. La classe mi ha guardato esterrefatta: per loro, studenti di un istituto tecnico, il latino potrebbe anche essere uno dei cinquecentomila dialetti di Marte. La loro cultura di base è lontana mille miglia da quella di un ragazzo di un liceo.
Quando chiedo, all’inizio dell’anno: “Sapete leggere? Sapete scrivere? Conoscete le quattro operazioni dell’aritmetica?”, loro pensano che io stia scherzando e generalmente sorridono mentre rispondono in coro: “Sììì!”. Oggi ho spiegato il sistema di valutazione che applicherò al compito: un massimo di trenta punti, suddivisi un po’ per domanda a seconda della complessità della risposta. “Ma i voti non arrivano fino al dieci?”, chiede una ragazza perplessa. “Certo, prima calcolerò quanti punti su trenta avete ottenuto e poi …”. Lascio volutamente in sospeso la frase, aspettandomi che qualcuno la completi, ma nessuno parla. Stanno tutti a guardarmi con la bocca aperta, qualcuno l’ha addirittura spalancata, come se fosse in attesa dell’oracolo. “Poi?”, insisto io. Un insegnante non deve mai darsi per vinto, penso. La risposta è ancora un silenzio di bocche spalancate. “Poi… dividerò per tre il risultato. Avete capito?”. Fanno cenno di sì con la testa ma non sembrano molto convinti. “Facciamo un esempio”, dico. Gli esempi sono il pane quotidiano di un insegnante, la forza dell’esempio sta nel fatto di essere semplice e fare riferimento a cose e situazioni ben conosciute da parte degli allievi. “Immaginiamo che uno di voi abbia totalizzato ventiquattro punti…”. “Chi, professore?”, chiede il ragazzo in fondo all’aula che ha sempre bisogno di oggettivare i concetti. “Nessuno in particolare, uno di voi, uno qualunque, anche uno di un’altra classe…”, rispondo. Senza attendere la domanda che segue di solito ogni mia affermazione, proseguo: “Se avete preso ventiquattro su trenta, a quanto equivale in decimi?”. Il ragazzo seduto al primo banco mi dice: “Aspetti un attimo…”, poi tira fuori la calcolatrice dalla borsa, comincia a picchiare freneticamente sui tasti, e alla fine annuncia: “Dovrebbe fare circa otto su dieci”. Circa? Cosa vuol dire circa? “Sì”, risponde lui.”Vede?”. E mi mostra sicuro il display della calcolatrice. “Qui c’è scritto otto virgola zero zero”. A questo punto mi sento cadere le braccia, non so più cosa ribattere, sovrastato dal pensiero di quanto lavoro ci sia ancora da fare soltanto per cominciare a seminare.
Comincio a sfogliare con cautela le pagine stropicciate e abbondantemente decorate con vistose cancellature e frecce, che pretendono di essere interpretate come rimandi ad altre parti del foglio dove si annida un frammento della risposta. “Coraggio”, mi dico, perché il coraggio un insegnante se lo deve dare, sempre. Comincio a scorrere la prima riga del primo compito ed ecco subito emergere una perla, una di quelle perle rare che solo i miei studenti sono capaci di confezionare: “all’ontanare”. Avrà forse voluto dire “allontanare”?
Senza l’apostrofo, senza l’apostrofo! L’ho ripetuto quasi all’infinito: se non siete sicuri delle parole, portate il vocabolario e consultatelo. So già che alla domanda: “Perché hai messo l’apostrofo qui? Non esiste!”, la risposta sarà: “Tanto quando si parla non si sente!”. Anche questo è vero, devo ammetterlo, ma dove è andato a finire tutto il tempo speso a far capire che ogni parola ha un modo corretto di essere scritta e centomila di scriverla sbagliata? Sono già stanco ed ho appena cominciato. Chiudo il foglio e lo rimetto insieme agli altri, li lascerò a decantare sulla mia scrivania, già ingombra di tanti altri testi destinati alla stessa operazione di stagionatura.
Meglio non pensarci adesso. Ci penserò domani; dopotutto, domani è un altro giorno.

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