martedì
12 giu 2007
08:59
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by biblos
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DOPPIO CAMILLERI

"Le ali della sfinge" – (Sellerio editore) e "La pensione Eva" – (Mondadori) di Andrea Camilleri

Per chi non è sufficientemente allenato alla lettura dei libri di Camilleri, potrebbe risultare alquanto faticoso seguire le storie narrate nelle sue opere più recenti. L’idea iniziale di contaminare la lingua italiana con quella siciliana – perché di lingua vera e propria, e non di semplice dialetto, si tratta! – ha finito per prendere la mano allo scrittore. Se, infatti, nei primi libri dell’autore nel testo prevalentemente italiano venivano di tanto in tanto inseriti termini e modi di dire siciliani, adesso la presenza del siciliano è diventata predominante. Non che la lettura non risulti piacevole come il solito, tutt’altro. Il problema nasce soprattutto per quei lettori che si accostano per la prima volta alla scrittura di Camilleri e che potrebbero avvertire una certa difficoltà nel comprendere lo sviluppo stesso delle vicende narrate. In qualcuna delle prime opere,lo scrittore, o molto più probabilmente l’editore, aveva aggiunto alla fine del libro un glossario, essenziale per poter cogliere a pieno il senso di alcune parole e, quindi, quello del racconto. Adesso, forse perché la maggior parte di coloro che acquistano i libri di Camilleri sono lettori abituali delle sue opere, anche questo minimo aiuto è stato soppresso. Invocandone il ripristino nella prossima produzione, non posso fare a meno di constatare come il percorso artistico di Camilleri si sia, in qualche modo, involuto e la vena artistica alquanto inaridita. Certo, le avventure di Montalbano si leggono sempre con vivo piacere, tuttavia si ha la sensazione che il personaggio sia giunto, per così dire, al capolinea. E’ pur vero che l’ambientazione rassicurante delle storie contribuisce a rendere i personaggi più familiari e certamente ad invogliare migliaia di lettori "pigri" ad aprire almeno il fatidico unico libro che, stando almeno alle statistiche, molti leggono nel corso di un anno. La cosa che, però, appare con evidenza, più nel secondo che nel primo libro, è che Camilleri mette in scena personaggi che altro non sono che un suo alter ego, colto in due diversi momenti della vita. Se Montalbano dà corpo ai pensieri di un anziano scrittore, sempre più amareggiato e stanco di lottare contro soprusi ed ingiustizie, quello del giovane Nenè è il ritratto di un Camilleri adolescente, impegnato in vicende estremamente verosimili, anche se mitizzate ed enfatizzate dai riflettori della memoria. Ogni pagina è condita con quel tanto di ironia che sdrammatizza persino le situazioni più delicate. Nel complesso, però, la vicenda del giovane Nenè appare difficilmente comprensibile ad un lettore contemporaneo. L’ambiente in cui si svolge la storia, quello delle cosidette "case chiuse" è completamente sconosciuto persino a quelli della mia generazione. Difficile, quindi, per un lettore giovane, penetrare nelle misteriose atmosfere che, stando almeno ai racconti di chi le ha a suo tempo conosciute, sembrano sempre circondare questi luoghi. Consigliati soprattutto a chi ha seguito da tempo il percorso artistico dello scrittore, con la consapevolezza, tuttavia, che questi libri non aggiungono niente alla sua fin troppo consistente produzione. Ma, per chi si è lasciato appassionare dalle sue storie, Camilleri non si discute: si ama.

lunedì
26 giu 2006
16:17
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by biblos
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VIALE DEL TRAMONTO

Andrea Camilleri deve essersi un po’ stancato del suo commissario Montalbano. Lo capisco: non deve essere facile per lui dover passare alla posterità per quello che ha inventato Montalbano, dimenticando tutto il resto della sua sempre godibile produzione. Magari preferirebbe essere ricordato come colui che ha riportato in auge uno stile di scrittura che non si rivedeva più dai tempi di Gadda. Uno stile commisto di italiano limpidissimo e di siciliano altrettanto limpido, due lingue a confronto che si intrecciano nel tessuto del racconto senza la benché minima smagliatura. Se mai ce ne fosse stato bisogno, Camilleri ha elevato il siciliano al rango di lingua, riuscendo a diffonderla in tutta la penisola, facendone assaporare la calda sonorità e le mille sfumature che lo impreziosiscono. Onore, quindi, a Camilleri per questa sua operazione culturale di portata inestimabile, della quale piacerebbe vedere altri esiti, con autori di altre regioni che si cimentano in operazioni di riscoperta della funzione unificante dei dialetti. Capisco benissimo, dunque, perché Camilleri si è stancato di Montalbano, e ne dà prova in questa ulteriore avventura del commissario, “La vampa d’agosto”  (Sellerio editore). Montalbano sta invecchiando, è più curvo, goffo, imbolsito. Il suo cervello, un tempo lucidissimo, si fa spesso sorprendere in contropiedi da menti più lucide e più giovani. Il suo intuito vacilla, si smarrisce, non trova più il bandolo della matassa. Con questi primi segnali, Camilleri ci preannuncia il ritiro del suo commissario, il suo futuro pensionamento. E’ un distacco lieve, quasi indolore, un addio ai suoi numerosi e affezionati lettori che, rassegnandosi a vederlo avviato ormai sul viale del tramonto, verseranno meno lacrime al momento del distacco. Coraggio, Montalbano! Il mondo è impietoso, dimentica presto i suoi miti, specie se pensionati. Coraggio, Camilleri! Che aspetti a farlo morire sulla scena e a dargli l’immortalità?

martedì
13 set 2005
11:49
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by biblos
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CLASSICO CAMILLERI

Apri un libro di Camilleri e ritrovi quella lingua e quell’atmosfera inconfondibile, l’aria calda del sud e i profumi trasportati dal vento di scirocco. Anche senza la presenza qualificante di Montalbano, il giallo di Camilleri si identifica per un suo andamento particolare, che ricorda qualcosa di Simenon, ma senza le nebbie e gli umori di Parigi, con qualche bicchiere di vino in più e qualche boccale di birra in meno. Questo racconto – "Il medaglione" edito nella piccola Biblioteca Oscar Mondadori, scritto espressamente per l’Arma dei Carabinieri, non si allontana dalla linea stilistica e narrativa di quasi tutta l’opera di quello che, attraverso la pubblicazione dell’opera omnia nella prestigiosa collana dei Meridiani, è stato ormai consacrato come uno degli autori classici di fine Novecento. Di Simenon l’andamento della storia richiama i ritmi lenti, che ben si adattano ad uno stile investigativo, basato più sulla riflessione introspettiva sull’ambiente nel quale è maturato il fatto criminosa che non sull’esibizione di muscoli e grinta. Le lunghe pause, nelle quali il maresciallo Brancato si rispecchia nel possibile antagonista, offrono anche al lettore il tempo per gustare la scrittura di Camilleri, al quale va riconosciuto il pregio di aver saputo elevare a lingua colta un dialetto per molto tempo circoscritto alla sola Sicilia.  Insomma, un Camilleri a cui il successo ha arriso alla non più giovane età di settanta anni e che continua, con l’energia di un trentenne, a sfornare un successo dopo l’altro. Un Camilleri che, grazie alle sue doti narrative e alla sua immediatezza, ha saputo riconciliare il grande pubblico con il piacere della lettura.

lunedì
8 ago 2005
15:42
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by biblos
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LA LEGGEREZZA DELLA SCRITTURA

Nonostante i pressanti inviti da parte dei miei – rarissimi! – frequentatori, a leggere o rileggere i classici, in questo periodo di ferie estive continuo imperterrito ad abbandonarmi al piacere della lettura. Tra gli autori contemporanei continuo a prediligere gli scrittori di gialli, con particolare attenzione a questo Simenon italiano che risponde al nome di Andrea Camilleri. E’ vero, devo ammetterlo: le situazioni tendono a ripetersi, così come le azioni e i pensieri dei personaggi, primo fra tutti il commissario Montalbano, malinconico e misantropo come non mai. Piace  e avvince l’essenzialità della scrittura, senza orpelli e sotterfugi retorici, piace il dipanarsi della vicenda, così simile eppure così diverso a tante altre narrate da Camilleri, colgono nel segno le riflessioni sull’attualità, realistiche senza essere disperate, a svelare una vecchiaia anagrafica ma non mentale. "La luna di carta", edito come consuetudine dalla palermitana Sellerio, merita, dunque, tempo e attenzione da dedicare ad una lettura non scontata e non priva di sorprese ed emozioni.  Ogni volta che mi capita di leggere un Camilleri, il mio pensiero va alla non più giovane età dell’autore, alla sua affermazione tardiva ed alla sua comunque prolifica e gradevole produzione. Penso anche che il tempo è galantuomo e restituisce sempre a ciascuno un po’ di quello che ha seminato lungo il proprio cammino. La scrittura non è, dunque, necessariamente arte giovanile ma può dare buoni frutti anche in età avanzata, purché la si coltivi nel tempo. La scrittura è anche e soprattutto, arte della riflessione e della memoria, a dispetto dei tanti best sellers che affollano le nostre librerie e che, una volta letti, lasciano un senso di vuoto e di tristezza per il tempo perduto a venirne in fondo. Ogni volta che inizio un nuovo libro di Camilleri sono certo che non perderò del tempo ma che, in ogni caso, ne trarrò piacere e motivi per riflessioni. Inizia da adesso l’attesa di un nuovo libro dell’autore siciliano, al quale non si può che augurare ancora "cento di questi libri".

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