Se l’homo sapiens dà il meglio di sé nell’arte e nella scienza, il peggio di sé riesce a darlo alla guida. E’ quando impugna saldamente un volante, non importa se di una modesta utilitaria o di una potente vettura sportiva, che l’uomo sostanzia la troppo abusata e retorica metafora della “Bestia Umana”. Intanto, inviterei le povere bestie a presentare un esposto alle competenti autorità, affinché si impedisca, in ogni forma di comunicazione possibile, di porre accanto al sostantivo “bestia” l’aggettivo “umana”, in quanto lesivo della dignità delle bestie. Ma, per tornare all’argomento di questo post, l’ennesimo che riguarda i comportamenti degli automobilisti, riferisco di seguito un episodio, neanche troppo “episodico” per la verità, accaduto circa una settimana fa al sottoscritto. Tornavo da un funerale, per una di quelle strade definite tecnicamente di viabilità secondaria ma che da anni sono diventate il regno dei TIR e del traffico intenso. La strada si snoda piacevolmente attraverso un paesaggio agricolo, una vallata sulla quale si affacciano piccoli centri appoggiati sui fianchi da alcune basse colline. In uno dei pochi tratti di rettilineo, scorgo da lontano una lunga fila di veicoli che procede in direzione opposta alla mia, in testa alla quale ci sono tre o quattro camion. Ad un tratto, da quella lunga coda, emerge un’auto che inizia a sorpassare tutti i mezzi che la precedono. La strada non è abbastanza larga perché tre mezzi procedano affiancati, dietro di me a breve distanza, ci sono poi diverse vetture che procedono nella mia stessa direzione. Per prima cosa, comincio a rallentare e mi porto quanto più possibile a destra, compatibilmente con i margini della carreggiata che precipita, attraverso una ripida scarpata, nelle campagne circostanti. Poi, immaginando che l’automobilista che mi sta venendo incontro possa non aver notato la presenza della mia auto, comincio a lampeggiare con i fari. L’operazione, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto far desistere l’incauto dal sorpasso, provoca invece un effetto imprevisto: l’altro autista comincia a sua volta a lampeggiare freneticamente chiedendo strada. L’auto è una di quelle vetture sportive costosissime per lo più in mano a maturi signori sempre in vena di dimostrare al mondo intero e alla dama al loro fianco che il tempo non ha minimamente scalfito i loro riflessi né tanto meno la loro virilità. Rallento ancora, per dare tempo all’altra vettura di completare il sorpasso, e proprio quando ci incrociamo, vedo che l’autista, il solito maturo, distinto e virilissimo signore, fa degli strani gesti al mio indirizzo, un chiaro invito a visitare quel paese, così affollato di gente al giorno d’oggi che non ne rimane libero nessun posto, neppure in piedi. Rifletto tra me che forse quel gesto avrei dovuto compierlo io, sarebbe stato un mio diritto, ancorché non sancito né dalla Costituzione repubblicana né dal codice della strada. Poi, però, considero che sarebbe stato tutto tempo sprecato, l’invito a quel signore di recarsi nel posto dove intendeva mandarmi lui gli deve essere stato rivolto talmente tante di quelle volte che, probabilmente, per riuscire ad evadere tutte quelle richieste, è costretto continuamente a fare la spola tra qui e lì con la sua potentissima vettura, senza potersi occupare troppo degli altri automibilisti in circolazione. Ecco svelato l’arcano! Quel gesto che credevo rivolto a me, era in realtà la spiegazione del motivo per cui stava correndo così tanto, persino a rischio della sua stessa vita, poveretto. Spero solo che sia arrivato in tempo, prima che quel paese chiudesse le frontiere per eccesso di visitatori. Mi spiacerebbe pensare che possa essere costretto a mettere di nuovo a repentaglio la propria incolumità per compiere un dovere tanto grande.
LE PRETESE DI CERTA GENTE
LE PRETESE DI CERTA GENTE. Ore 16.30 di un tranquillo e noioso pomeriggio. Sto lavorando in casa al computer, un po’ per piacere, un po’ per dovere. Nel silenzio più assoluto dell’appartamento e della strada sottostante, squilla il telefono. Quando il telefono squilla a quest’ora insolita, almeno nelle abitudini della casa, c’è sempre da preoccuparsi. Aspetto un paio di squilli, pensando tra me: “Adesso smetterà”. E invece non smette, continua a squillare insistente, tanto che sono costretto ad alzarmi dalla poltroncina dello studio e ad andare fino al soggiorno per sollevare il ricevitore e dare un nome al seccatore e un motivo a questa insolita chiamata. Mentre mi affretto, perché penso che se insiste qualcosa di serio o di importante deve pur esserci, maledico la mia distrazione, perché, come sempre, ho dimenticato di possedere un cordless. Che si compra a fare un cordless se poi lo si lascia sempre così fuori mano? Arrivo a sollevare il ricevitore che sembra quasi che il telefono stia per esalare l’ultimo squillo. “Dottor Rossi?”, chiede una voce ansiosa e sconosciuta dall’altra parte. “No, guardi, qui non è il dottor Rossi”. Dall’altra parte, preceduto da una pausa di silenzio, la voce anonima dice: “Come? Non è il dottor Rossi?”. Sembra un po’ alterato, forse si sta domandando perché al posto del dottor Rossi abbia risposto io, e magari pensa che in questo momento in casa del dottor Rossi ci sia uno sconosciuto, che starà facendo chissà cosa e chissà con quali intenzioni. Comincio a temere che possa chiamare i carabinieri per andare a vedere cosa sta accadendo a casa del dottor Rossi e perché fermino in tempo l’ignoto che ha risposto al posto dello stimato professionista, prima che metta in atto il suo piano criminoso. Sempre più sicuro che io abbia torto e lui ragione, incalza: “Senti, io ho fatto il numero del dottor Rossi, il…” e qui snocciola le cifre del numero che ha composto. E’ passato bruscamente dal lei al tu, con il quale sembra abituato a trattare i suoi pari non titolati, e certamente anche i suoi inferiori. “No, questo numero è diverso”, dico io. E qui, a mia volta, scandisco le cifre complete del mio numero telefonico. In effetti, una certa somiglianza ci può essere, ma solo nelle prime e nelle ultime cifre. L’uomo, dall’altra parte, non sembra però molto convinto, anche se è costretto ad ammettere, finalmente, che esiste un motivo per cui io non sono il dottor Rossi. Adesso starà pensando dentro di sé al motivo per cui il numero del dottor Rossi è andato a finire sul mio telefono. Altra pausa di riflessione, poi, alla fine dice: “Va be’…” e riattacca. L’ho sentito così scoraggiato che avrei quasi voluto gridare, mentre la cornetta si appoggiava sull’apparecchio: “No, guardi, è tutto uno scherzo, sono io il dottor Rossi…”. Ma forse l’illusione sarebbe stata, alla fine, ancora piu amara della delusione.
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