CHE FINE HA FATTO BIBLOS ?
Non so a quanti possa interessare. Narcisisticamente parlando, mi auguro che si risponda: a tutti! In realtà so di poter contare su pochi ma fidati frequentatori che, visto il persistente silenzio, si saranno chiesti, per l’appunto: che fine ha fatto biblos? A dire il vero, l’inizio del nuovo anno scolastico ha drasticamente ridotto il tempo dedicato al mio grande piacere, la lettura, per riversarlo in impegni quotidiani non sempre e non necessariamente altrettanto piacevoli. Comunque, posso confermare che sto leggendo, nei ritagli di tempo, non dico per il momento cosa, e che presto ne parlerò in queste pagine virtuali. A presto!
IL VECCHIO CHE NON SCOMPARE
IL VECCHIO CHE NON SCOMPARE. Si fa un gran parlare sui giornali e nelle televisioni del “nuovo che avanza”. C’è da osservare, intanto, che questa avanzata, vista almeno dalla prospettiva un po’ ristretta della mia modesta cittadina, non è poi così evidente. Qui le cose cambiano con ritmi estremamente blandi, e, a volte, mi viene fatto di pensare: per fortuna. Il frastuono dei media, almeno per certi elementi infiltranti, comunemente reputati segno di forte e sicura evoluzione, non riesce a far presa più di tanto. Fanno un po’ più presa certe mode insulse, delle quali di qui a qualche anno ci vergogneremo e le additeremo al pubblico disprezzo, negando ciascuno di averle mai praticate e frequentate. Insomma, con questo “nuovo” abbiamo a che fare solo marginalmente. C’è, tuttavia, un “vecchio che resta”, a volte sicuramente buono e segno di antica e persistente civiltà, ad esempio quel senso di solidarietà che accomuna un’intera popolazione nei lutti e nelle calamità, anche e soprattutto quando colpiscono il singolo. C’è poi, quasi a fare da contrappeso, un “vecchio”, retaggio dei tempi un cui ciascuno era indispensabile per le competenze che possedeva, all’intera comunità, che non poteva rifiutarsi di sottostare ai suoi imperativi e perfino alle sue angherie. Un vecchio che non ha più ragione di esistere nell’era della globalizzazione, quella che mette in crisi il negozietto rionale di frutta e verdura, incapace di reggere una concorrenza agguerritissima, che frequenta Internet e padroneggia le nuovissime tecnologie. La vendita e la distribuzione di frutta e verdura si avvalgono di canali come la rete e il corriere espresso DHL per vendere e far giungere sulla tavola di qualsiasi famiglia del nostro paese arance di Sicilia, vini sardi e formaggi di alpeggio lombardo. E’ naturale che, di fronte all’impatto dirompente di questi nuovi stili economici, il piccolo commerciante e il piccolo artigiano si oppongano strenuamente, incapaci di cavalcare lo tsunami che sta per spazzarli via. Ed ecco il vecchio che non se ne va: credere di essere ancora indispensabili e comportarsi come tali quando intorno una miriade di potenziali e agguerritissimi concorrenti incombe. Quindi, incapacità di gestire il cliente e le sue esigenze, ricorso a miseri trucchetti e furberie da piccoli truffatori: nessuna ricevuta per le proprie prestazioni, cifre esorbitanti per lavoretti di modesta entità, nessun prezziario per consentire al cliente di controllare la correttezza delle richieste, nessun preventivo per dare al cliente l’opportunità di fare le proprie scelte. Ecco, in sintesi, il vecchio carognesco italico modo di rapportarsi con il cliente. Ma, forse, non tutta la colpa è del commerciante e dell’artigiano: diamo a Cesare quel che è di Cesare. Se da certi altissimi pulpiti si invitano queste persone ad imbrogliare costantemente il proprio prossimo, con la parola e con l’esempio, che altro resta da fare al povero commerciante e al povero artigiano se non imitare cotanto modello? Meditiamo…
ITALIANI, POPOLO DI AUDIOLESI
ITALIANI, POPOLO DI AUDIOLESI. Il nostro attuale Pres. del Cons. si sta dimostrando una fonte inesauribile di argomenti per questo blog, da vero protagonista del teatro dell’assurdo quale egli è. Colpisce, in quanto ripetuto costantemente a mo’ di refrain, il suo esternare il B. pensiero e poi, di fronte alla valanga di critiche e contestazioni che solleva ogni volta, affermare seccamente e spudoratamente: “Sono stato frainteso”. Sa di poterlo affermare perché è convinto di avere come interlocutori un popolo di audiolesi, con gravi difficoltà nel recepire ed interpretare i suoni che colpiscono le loro orecchie. E così, di fraintendimento in fraintendimento, la tragicommedia va avanti, spingendosi ai limiti estremi della decenza. Visto che ormai nessuno dà più credito a queste frettolose e tardive smentite, il nostro è stato costretto a ricorrere all’ausilio di testimoni quali cipollino bondi e “la voce del padrone” Bonaiuti. Testimoni sulla cui attendibilità c’è, però, poco da scommettere, visto il ruolo di yes men da sempre ricoperto da ogni azzurro: a memoria d’uomo, non si è mai sentita levare una voce di dissenso dalle parti di Forza Italia. E come potrebbero, dunque, i nostri vassalli smentire le affermazioni del loro imperatore? Annoto, tra le riforme striscianti, che, alla perifrasi “Presidente del Consiglio”, si preferisce da un po’ di tempo il termine ”premier”: non ritengo trattarsi di un vezzo scatenato da una ventata di anglofilia. Direi piuttosto che piace per la sua assonanza con il latino ”princeps” che, è bene ricordarlo, precede di poche lunghezze quello di “imperator” con il quale iniziarono a fregiarsi i successori del divo Augusto. Verifichiamo tutti lo stato delle nostre orecchie, quindi, per non dover consentire al nostro di essere ancora una volta “frainteso”. Diciamo un infraintendibile grosso “NO” a chi, oltre ad averci leso le orecchie, gradirebbe, magari, lederci anche le facoltà intellettive. No, grazie, io non ci casco!
LA ZAPPA SUI PIEDI
LA ZAPPA SUI PIEDI. Approfittando del fatto che, una volta seduti davanti alla tv, i nostri compatrioti sembrano staccare l’interruttore di alimentazione del cervello, il nostro Pres. del Cons. Gr.Uff. Comm. Eccellenza Sua Sant. Cav. Silvio se ne è uscito con una delle sue: “Dirò agli italiani che i media disinformano.” Per uno che ha costruito il suo potere e le sue ricchezze sui media non è male. Dicendo questo, però, il nostro ha voluto compiere un salto di qualità, passando dal naturale al soprannaturale, dalla ragione alla fede. Già, perché non ha tenuto conto di un piccolo insignificante dettaglio: come informare gli italiani che i media disinformano? Forse attraverso i media stessi? Ma, se i media disinformano, anche lui, quando appare sui media per annunciare questa rivelazione, non fa altro che accrescere la disinformazione. Perché, infatti, dovremmo credere a lui e non agli altri quando appaiono sui media per “disinformare”, come dice il nostro? Forse perché Silvio non si discute: ci si crede. Chissà come ci sarà rimasto male Emilietto Fede, quando si è sentito dare del “disinformatore” dal suo capo. Ma forse Silvio, con un cenno di intesa minimo, scambiato dai più per un sorriso ghignante, è riuscito a comunicare cripticamente con Fede (un cognome, una garanzia). “Stai tranquillo, Emilio – avrà inteso dirgli, per rassicurarlo – non parlavo sul serio e, comunque, non parlavo per te”. Personalmente credo che l’italiano, una volta staccato dalla tv e riacceso il cervello, si sia sentito ronzare in quel semivuoto cranico che gli è stato scavato dal Ghigna negli ultimi cinque anni, le parole famose (o anche fumose). Se appena queste parole si posassero sull’ultimo residuo di neuroni, chiunque sarebbe in grado di apprezzare il sonoro autogol del presidente. Che, ormai, appare allo stremo delle forze: dopo avere menato a dritta e a manca la zappa per demolire anche le ultime macerie di uno stato solidale, colpendo alla cieca anche un’economia che veleggiava con discrezione, ha finito, nella foga, per darsi la classica zappa sui piedi.
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